Risparmio, lavoro, stipendi e redditi: si accentua lo
svantaggio rispetto agli anziani
«Stiamo rischiando di perdere un'intera
generazione di europei» ha detto la settimana scorsa Matteo Renzi a Milano, a
margine del vertice Ue su crescita e lavoro. E i rischi maggiori li stiamo
correndo proprio noi. I giovani italiani sono circondati sempre più da anziani,
esodati, pensionandi e pensionati.
Sono perlopiù sottoccupati, emigranti per necessità o Neet (sigla che sta per Not in education, employment or training). Senza un impiego e con titoli di studio spesso "inutili" sognano una casa, magari dei figli, ma restano giocoforza a carico di mamma e papà fino alla soglia degli "anta". Facile, allora, parafrasare il grande romanzo di Cormack McCarthy: l'Italia non è un Paese per giovani. Vivono in un ambiente "ostile", come imprigionati all'interno di un'auto con le portiere bloccate, il motore in panne, parabrezza e vetri offuscati; l'unico punto di fuga verso cui guardare è lo specchietto retrovisore. Inseguiti da un passato carico di privilegi (nelle tasche altrui) e di debiti (sulle loro spalle).
Una volta, per cercare di migliorare la propria posizione sociale, si affidavano allo studio. Ma anche la scuola non funziona più da ascensore sociale. Come ha rilevato il Censis, al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine.
Tra i 30-34enni gli italiani laureati sono il 20,3% contro una media europea del 34,6% e chi può va a studiare all'estero (+51% di iscrizioni in atenei stranieri in un quadriennio e circa 30mila under 35 expats ogni anno, principalmente verso Germania, Gran Bretagna e Svizzera). Quando cercano un lavoro, per i giovani è come scovare un ago in un pagliaio e, nel caso riescano a trovarlo, spesso è a tempo determinato o con altre formule flessibili(in otto casi su dieci tra le nuove assunzioni).
Intermittente a tal punto da "spegnerne" anche la capacità di risparmiare o investire. Come rileva uno studio di Assogestioni (vedi articolo a fianco), in un contesto in cui i fondi gestione nel 2014 hanno inanellato mese dopo mese una serie di record, i risparmiatori fino a 35 anni (solo il 5,6% dei giovani italiani, ma con un trend in discesa del 7,3%) detengono il 6,3% del patrimonio (gli over 65 il 22% e gli over 75 addirittura il 24%).
I giovani sono molti di meno rispetto al passato, come osserva il demografo Giancarlo Blangiardo: «La popolazione in età 15-29 si è ridotta di oltre 4 milioni rispetto ai primi anni Novanta, una caduta derivante dall'insufficiente ricambio generazionale che non è stato compensato dai flussi migratori». Ma, nonostante siano in pochi, faticano di più a trovare lavoro.
La lunga crisi, infatti, ha ristretto le opportunità d'impiego, con una disoccupazione giovanile che veleggia oltre il 40% da molti mesi. I senza lavoro tra i 15-24enni sono 710mila, con un incidenza sulla popolazione di questa fascia di età pari all'11,9 per cento.
Il parallelo con i propri genitori, poi, è impietoso: rispetto agli anni Settanta il tasso di occupazione dei giovanissimi si è più che dimezzato (dal 38% di allora al 15% di oggi) - in base alle elaborazioni del centro studi Datagiovani - mentre la disoccupazione è quadruplicata (era al 10% quarant'anni fa).
Con queste premesse, non stupisce il fatto che gli stipendi dei ragazzi al primo impiego superino di poco gli 800 euro mensili, ristagnando da circa 15 anni al di sotto dei livelli degli anni Ottanta e con redditi in costante calo da inizio crisi (-13 per cento dal 2008 al 2012).
I risultati di questo scenario a tinte fosche? La generazione Neet oggi conta ormai 3,5 milioni di proseliti tra gli under 35 e la percentuale di 25-34enni che vive ancora con mamma e papà è passata dal 30% degli anni Novanta a oltre il 40% di oggi.
Il Jobs act, che debutta questa settimana alla Camera, riuscirà a farci uscire dal pantano? Sulla carta i propositi sono tanti, a partire dall'obiettivo di «promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato come forme privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi in termini di oneri diretti e indiretti». Per ora risuona il monito del presidente Bce: «Chi non crea lavoro sparirà - ha detto Mario Draghi rivolto ai politici europei -. I giovani vanno assunti invece che licenziati».
Sarebbe interessante quindi, chiedere all'ex Ministro Fornero, la Sua opinione su tutto cio', visto che la sua riforma sulle pensioni ha portato ad allungare la vita lavorativa degli "anziani" chiudendo di fatto i pochi spiragli di posti di lavoro per i giovani.
Sono perlopiù sottoccupati, emigranti per necessità o Neet (sigla che sta per Not in education, employment or training). Senza un impiego e con titoli di studio spesso "inutili" sognano una casa, magari dei figli, ma restano giocoforza a carico di mamma e papà fino alla soglia degli "anta". Facile, allora, parafrasare il grande romanzo di Cormack McCarthy: l'Italia non è un Paese per giovani. Vivono in un ambiente "ostile", come imprigionati all'interno di un'auto con le portiere bloccate, il motore in panne, parabrezza e vetri offuscati; l'unico punto di fuga verso cui guardare è lo specchietto retrovisore. Inseguiti da un passato carico di privilegi (nelle tasche altrui) e di debiti (sulle loro spalle).
Una volta, per cercare di migliorare la propria posizione sociale, si affidavano allo studio. Ma anche la scuola non funziona più da ascensore sociale. Come ha rilevato il Censis, al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine.
Tra i 30-34enni gli italiani laureati sono il 20,3% contro una media europea del 34,6% e chi può va a studiare all'estero (+51% di iscrizioni in atenei stranieri in un quadriennio e circa 30mila under 35 expats ogni anno, principalmente verso Germania, Gran Bretagna e Svizzera). Quando cercano un lavoro, per i giovani è come scovare un ago in un pagliaio e, nel caso riescano a trovarlo, spesso è a tempo determinato o con altre formule flessibili(in otto casi su dieci tra le nuove assunzioni).
Intermittente a tal punto da "spegnerne" anche la capacità di risparmiare o investire. Come rileva uno studio di Assogestioni (vedi articolo a fianco), in un contesto in cui i fondi gestione nel 2014 hanno inanellato mese dopo mese una serie di record, i risparmiatori fino a 35 anni (solo il 5,6% dei giovani italiani, ma con un trend in discesa del 7,3%) detengono il 6,3% del patrimonio (gli over 65 il 22% e gli over 75 addirittura il 24%).
I giovani sono molti di meno rispetto al passato, come osserva il demografo Giancarlo Blangiardo: «La popolazione in età 15-29 si è ridotta di oltre 4 milioni rispetto ai primi anni Novanta, una caduta derivante dall'insufficiente ricambio generazionale che non è stato compensato dai flussi migratori». Ma, nonostante siano in pochi, faticano di più a trovare lavoro.
La lunga crisi, infatti, ha ristretto le opportunità d'impiego, con una disoccupazione giovanile che veleggia oltre il 40% da molti mesi. I senza lavoro tra i 15-24enni sono 710mila, con un incidenza sulla popolazione di questa fascia di età pari all'11,9 per cento.
Il parallelo con i propri genitori, poi, è impietoso: rispetto agli anni Settanta il tasso di occupazione dei giovanissimi si è più che dimezzato (dal 38% di allora al 15% di oggi) - in base alle elaborazioni del centro studi Datagiovani - mentre la disoccupazione è quadruplicata (era al 10% quarant'anni fa).
Con queste premesse, non stupisce il fatto che gli stipendi dei ragazzi al primo impiego superino di poco gli 800 euro mensili, ristagnando da circa 15 anni al di sotto dei livelli degli anni Ottanta e con redditi in costante calo da inizio crisi (-13 per cento dal 2008 al 2012).
I risultati di questo scenario a tinte fosche? La generazione Neet oggi conta ormai 3,5 milioni di proseliti tra gli under 35 e la percentuale di 25-34enni che vive ancora con mamma e papà è passata dal 30% degli anni Novanta a oltre il 40% di oggi.
Il Jobs act, che debutta questa settimana alla Camera, riuscirà a farci uscire dal pantano? Sulla carta i propositi sono tanti, a partire dall'obiettivo di «promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato come forme privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi in termini di oneri diretti e indiretti». Per ora risuona il monito del presidente Bce: «Chi non crea lavoro sparirà - ha detto Mario Draghi rivolto ai politici europei -. I giovani vanno assunti invece che licenziati».
Sarebbe interessante quindi, chiedere all'ex Ministro Fornero, la Sua opinione su tutto cio', visto che la sua riforma sulle pensioni ha portato ad allungare la vita lavorativa degli "anziani" chiudendo di fatto i pochi spiragli di posti di lavoro per i giovani.
